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Coppe europee: il lato positivo

Newport - Mogliano

Prato vive la settimana che porta i Cavalieri alla sfida contro lo Stade Francais. Il prestigioso impegno di Challenge Cup dei toscani serve da spunto per una riflessione sul livello del nostro rugby di club alla prova del nove delle Coppe Europee.

Fiumi di inchiostro riempiono blog e pagine di giornale sull’argomento in questione. Toscanarugby prova a dire la sua.

Anche se di soluzioni al momento non ce ne sono risulta evidente che il gap fra le italiane e il resto d’Europa è ancora grande. Competitivi a tratti in Rabodirect Pro 12 (che non è un coppa), coraggiosi ma spacciati in Heineken Cup, disastrosi in Challenge Cup.

Questa è la situazione attuale. E se proprio vogliamo farci del male ricordiamo i 220 punti subiti nello scorso week end dalle quattro italiane in Challenge, a fronte di 56 punti messi a segno.

Una Caporetto che non fa sorridere nessuno, eccezion fatta per il pareggio di Calvisano che ha scucito un risultato tanto positivo quanto estemporaneo.

La luce alla fine del tunnel però esiste, va cercata con la lente di ingrandimento.

Stagione 2005/2006, pool 5 di Challenge Cup. La squadra che rappresenta l’Italia nel girone è il sorprendente Amatori Catania che pochi mesi prima aveva terminato la sua stagione in Super 10 giocando una semifinale play-off e lottando ad armi pari contro il Benetton. In Challenge addirittura arrivano due vittorie contro Montpellier e Connacht, più un punto di bonus difensivo contro Worcester. Oggi sarebbe un lusso, un raggio di luce nel grigio torpore delle sconfitte “tanto a poco”, eppure sono passati sette anni dalle partite in oggetto, non stiamo parlando della preistoria.

La questione è semplice. Quell’ Amatori Catania allenato dal francese Vuillemin, ai tempi imbottita di stranieri di ogni nazionalità, oggi non esiste più. O meglio, si è ritirata dal campionato nazionale di serie A girone 2 appena due giorni prima dell’esordio stagionale per ripartire dalla serie C regionale siciliana.

Anni di gestione allegra (con soldi provenienti dalla regione Sicilia..) hanno distrutto una realtà unica nel sud Italia, e oggi Catania ci ricorda che le batoste delle italiane, nel 2013, sono assolutamente più tollerabili. Quel Catania ha ben figurato, ma si è dissolto senza lasciare nulla al movimento, mentre team come Mogliano o Cavalieri vanno in Europa ed offrono la possibilità a ragazzi italiani di mettersi alla prova con il rugby che conta. Certo, il turn over delle formazioni nostrane ci ricorda che la priorità di tutti è il campionato, così come è chiaro che la Challenge Cup in fin dei conti serve ai club quasi esclusivamente per il cospicuo contributo in denaro che spesso appiana i debiti dell’anno precedente. Ciò non toglie che nel primo turno la lista gara era composta da 20 italiani su 22 per i Cavalieri e 18 su 22 per Mogliano. Un bel risultato se si considera che nel 2008 Viadana-Saracens vedeva nel XV titolare delle due squadre un solo giocatore italiano (di nascita e formazione). Fabio Ongaro che all’epoca giocava nei Saracens.

Il sistema attuale quindi è sbagliato alla base. Se gli elementi ci dicono che abbiamo un’Eccellenza più italiana e più giovane, al contempo siamo ovviamente meno competitivi fuori dai confini nazionali. E’ un eterno Davide contro Golia, dove il semiprofessionismo all’italiana si scontra ad armi impari con il professionismo esasperato alla francese, tanto per fare un esempio di campionato inarrivabile.

Urge una riforma delle coppe europee, non è una novità. Le italiane sono troppe e troppo poco attrezzate.

La strada delle selezioni non è percorribile, quella di diminuire le squadre italiane partecipanti è forse auspicabile. Una coppa con le squadre di club gallesi, scozzesi e irlandesi impegnate nei campionati minori sotto il Rabodirect Pro12, seppur affascinante, non attirerebbe sponsor di rilievo. Unirsi con federazioni “piccole”come quella spagnola, portoghese, rumena per dar vita a tornei di livello più basso ci riporterebbe indietro anni luce.

Mentre lasciamo che alle soluzioni ci pensino altri, proviamo a guardare al presente e fare un mezzo sorriso.

Se non ci è concesso essere felici per queste sconfitte, almeno proviamo ad essere ottimisti rispetto ad un rugby d’Eccelenza meno esotico del Super 10 che fu, ma assolutamente più formativo.

 

Valerio Bardi