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Forza Italy: perchè tifare la nazionale italiana di rugby league

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I risultati della nazionale italiana di rugby league devono fare piacere. Una vittoria contro gli inglesi in amichevole, e due risultati positivi nelle prime due gare della Coppa del Mondo sono un bel biglietto da visita. Intanto non è una brutta cosa che il tricolore abbia sbancato il tempio gallese del Millenium Stadium, infatti quando l’azzurro prevale sul rosso dei dragoni la sensazione è sempre bella. Perchè allora polemizzare su una bella pagina di sport italiano? La diatriba degli ultimi giorni sta tutta da un’altra parte: gli azzurri sono praticamente tutti stranieri.

Tralasciando inutili impulsi nazionalistici, andiamo a vedere perchè non è uno scandalo che una formazione nazionale italiana sia composta quasi interamente da giocatori australiani.

Siamo in epoca di globalizzazione, di frontiere praticamente inesistenti e di società multiculturali flessibili, ed in continuo cambiamento. Se la stragrande maggioranza degli sport di squadra riesce ad esprimere una nazionale di nome e di fatto, lo stesso non può essere per il rugby. Union o league che sia. Diciamocelo sinceramente, uscendo dal Commonwealth è difficile che la palla ovale viva o abbia vissuto una diffusione tale da poter contare solo su giocatori indigeni perlopiù competitivi su scala mondiale. E questo senza scomodare Francia o Argentina, dove il rugby è chiaramente legato a doppio filo all’anima anglosassone.

Quei ragazzi australiani vincenti a Cardiff non stanno facendo altro che sfruttare un’occasione per giocarsi un mondiale. E’ così fuori luogo? O forse è più grave che un atleta come Gerhard Plankensteiner, ex campione dello slittino, abbia dichiarato “non conosco quella canzone” riferendosi al suo silenzio durante l’inno di Mameli suonato alle Olimpiadi di Torino 2006. Eppure Plankensteiner è nato a Vipiteno in territorio italiano, ma le sue radici probabilmente non sono le stesse (o non sono abbastanza profonde) di un gruppo di rugbisti australiani che non parlano una parola della nostra lingua.

Uno sportivo ha il legittimo desiderio di giocarsi le proprie chances al massimo delle sue potenzialità. Si tratta di sport, di professionismo, di competizione, non di geopolitica.

Davide Rebellin ciclista italiano, andò a prendersi la cittadinanza argentina pur di correre il Mondiale di Verona nel 2004, anno in cui fu snobbato dalla nostra nazionale nonostante fosse ai vertici del ciclismo mondiale.

Non meravigliamoci di niente allora. Il regolamento del rugby league, di cui conosco purtroppo ben poco, lo consente, e noi siamo rappresentati da quei ragazzi che ci piaccia o no. Si può disquisire sul fatto che la nazionale non esprima un team in rappresentanza del campionato italiano di rugby a XIII. In fondo però nemmeno la nazionale di rugby union esprime a fondo i valori del nostro campionato domestico.

Dunque, in attesa del match decisivo con Tonga è meglio mettere da parte le polemiche e iniziare a tifare. Che sia “forza Italia” o “go Italy” non importa.

 

Valerio Bardi